martedì 27 ottobre 2020

Segue da "Miscellanea" (30)

                                                           Scenetta

 Un Signore distinto si rivolge a un tipico palermitano
-Buongiorno buonuomo  buongiorno buonuomo    scusi mi sa dire dov’è piazza Amendola?… scusi mi sa dire dov’è piazza Amendola?-

-U’ capivu! un sugnu surdu!-
-Ah! bè ma allora lo sa o non lo sa?  allora lo sa o non lo sa?-

-Ma lei che fa ripete sempre du volte?-

-Certamente  certamente  repetita iuvant  repetita iuvant-

-(Vabbe! buonu chisto.. mi pari n’anticchia scimunito)..così lei deve andare in piazza Amendola?-

-Sì per gentilezza  sì per gentilezza-

-Allora lei avi a fare accussì, la vede sta strada larga?  l’avi a fare tutta fino in fondo sempre dritto, poi avi girare a destra-
-Sì..sempre dritto  sempre dritto   poi girare a destra   poi girare a destra-
-Sì vabbè se continua girare a destra, se gira du vote unne finisce, a cachì!  comunque… poi arriva, (se c’iarriva) a una granne piazza con una funtana al centro…-
-…Piazza con fontana al centro  con fontana al centro…-
-No, una sula cenné de funtana, un cennè due, comunque…lei ci deve firriare attorno, ha capito?, ci deve girare intorno, deve fare un giro quasi completo…-
-…Sì ho capito fare un giro intorno  fare un giro intorno-
-E accussì ne fa due di giri e siamo daccapo.. comunque…appena finisce u giro,  dietro a funtana c’ è na stratuzza nica nica ..stavolta ce lu dico puro io du volte! -
- Non capisco   straduzza nica nica  straduzza nica nica?-

-Sì ora addiventò u viculo-
- Scusi abbia pazienza  ma che cosa significa nica nica  scusi abbia…-
-Sì vabbe u capivi un ce bisogno di fare u replay..dunque nica nella mia lingua vuol dire piccola né!,  una strada stretta va, na straduzza insomma, stretta non molto larga (como a fare a farsi capire da stu forestiero!)-
-Ah ho capito  ah ho capito-
-(E speriamo, che già me sto vunciando a minchia!)  Perciò infondo a sta strada stretta cè a piazza che cerca vossia, piazza amendola-
-Ah bene grazie  ah bene grazie-
-(Ma ..mi sa che nun c’arriva però…) ma mi scusasse, lei che fa, sempre tutte cose ripete?- -Certo gliel’ho detto  repetita iuvant   repetita iuvant-
-Sì lu intesi, maa..quannu piscia che fa, piscia du volte  ah ah-

-No che c’entra dipende da dove sto, quando sono nella mia casa, nella mia città, nella mia regione non ho bisogno certamente di ripetermi due volte..-
-Ah ecco! Mi pareva, perché ca semo fissa, e cè bisogno di ripetizione, vero? Già perché lei avisse a essere del nord mi sa èh?-
-Certo, io sono di Milano, Lombardia!-
-Aggià! di Melano è! Ma è di Milano Milano?  E mi dica un po’ buon uomo non è che pe’ caso lei è pure di quella latata?…Sì insomma non è che è di quelli lì..  del Salvini, leghista va!-
-Ma veramentee  su questo punto sono un poco controverso, un poco controverso  diciamo diciamo..-
- Ah è controverso, cioè nu poco invertito praticamente-
-Sìì..non ho ancora decisoo…non mi sono ancora schieratoo…non ho preso una posizione precisaa…non ho preso una posizione precisaa…-
-E meno malee   e meno malee…(ancora un’anticchia e ce
la faccio prennere io na posizione precisa!) e me dicesse n’autra cosa, ma lei accà  cu ce lo portò …cioè voglio dire…lei è qui , come mai è qui nella Sicilia del profondo Sud?-
-Bè io sono turista   sono turista-
-Ah ecco, talè che beddu, e mi dica mi dica ci piace la nostra città? La nostra regione, la nostra terra, ci piace ci piace  mi dica mi dica-
-Ehm… certo! Ah sì! Come no! Senza dubbio! Assolutamente! ..Perbacco!..Senz’altro!.. Ma forse!.. Però non è detto! E’ probabile ..Tutto sommato! Mi lascia esterrefatto!-
-E ora che fa deve ripetere tutta a tiritera! Che cià u registratore incorporato! Vabbe lassasse ire, lasci perdere va, la dispenso, intanto io ho capito benissimo, lei caro signore è nu cretino. ma cretino cretino cretino-.

 

 

 

lunedì 26 ottobre 2020

Segue da "Miscellanea" (29)

Era un canto melodioso, corale e molte voci erano maschili. Ascoltò con attenzione, cercando di decifrare le parole e d’un tratto trasalì, aveva sentito il suo nome. lnfatti il canto così faceva: “..la notte è buia.. la notte è fonda… qui nel convento della maria vergine- non- lo-era.. presto sarà anche per noi il momento di raccogliere il fiore…il fresco fiore della marchesa bocchinera…”
Ifigonia, un pò perplessa, e con un senso di lieve vertigine che le dava la sensazione di essere cullata da quel canto melodioso, ascoltava da sotto il suo telo scuro:  “…noi tutti insieme …ecco
fratelli.e sorelle…alfine potremo godere del fiore…il fresco fiore della begonia…nel sacro grembo.. della dolce Ifigonia…”
A questo punto la marchesa diede uno strillo, ma non tanto per le ultime parole del canto, quanto perché la mano che le stringeva il braccio si era mossa, con un’audace carezza, e l’aveva sentita posarsi sul suo seno. Subito dopo avvertì il contatto spostarsi su entrambe le mammelle, dita forti strinsero i suoi capezzoli, poi sentì moltiplicarsi i contatti, altre mani cominciarono a frugarla per tutto il corpo, esplorando ovunque, sul ventre, tra le cosce, ogni anfratto con decisa audacia.
A questo punto, anche se non del tutto dispiaciuta, poichè tutte quelle attenzioni, inevitabilmente, le stavano procurando una forte eccitazione, la marchesa si mise a urlare e a chiedere spiegazioni.
Ma l’unica spiegazione che ricevette fu un rinnovato assalto di mani sul suo corpo, che presero a spogliarla d’ogni indumento. Così rimase nuda, ma con sempre il suo cappuccio in testa che, ora anche volendo, non poteva tentare di toglierselo, perché stretta da ogni parte e in balia di tutti quei
toccamenti, strofinamenti e palpamenti, ai quali subito dopo iniziarono a seguire sensazioni più forti.
Sensazioni profonde e penetranti che strappavano alla (soddisfattissima) malcapitata gridolini di piacere. Percepì anche l’inconfondibile contatto umido di una lingua che la frugava in mezzo alle cosce, fin nel profondo del suo intimo, mentre il canto si era trasformato in una nenia lenta, ripetitiva, in cui il suo nome era sempre presente.
Ormai stordita, e dalla sorpresa, e da quell’infuriare sulle sue carni frementi, lfigonia, che si sentiva come in uno stato di trance, senza più volontà di opporsi a quanto le stava accadendo, udì un rintocco di campane in lontananza battere la mezzanotte. Allora le fu strappato il drappo che aveva sulla testa e all’attonita marchesa apparve uno spettacolo fantastico.
Ovunque intorno a lei vedeva uomini e donne, nudi o sommariamente agghindati con qualcosa di colorato, che ballavano e cantavano, e mentre alcune coppie erano avvinghiate in pose da kamasutra, vi erano quelli che a turno si occupavano di lei, del suo corpo pieno e offerto.
Completamente rapita da quello che sta accadendo intorno e sopra di lei, l’allibita Ifigonia ha un soprassalto quando un bel giovane alto e biondo, con lunghi capelli fluenti, coperto solo da un ampio mantello viola, le si avvicina e con voce dolce, suadente le dice: -Ecco, ora è giunto il momento del rito tanto atteso, bellissima Marchesa. Io, Sacro Membro, per primo coglierò il Fresco Fiore in te racchiuso, per poi donarlo anche a tutti i nostri fratelli e sorelle. Eravamo certi della tua completa e serena disponibilità, o Marchesa Ifigonia regina d'ogni begonia, e ora apprestati a goderne pure tu, con la massima partecipazione, del sacro rito.-
La soavissima Bocchinera lo ascoltava estatica con l'occhio fisso sul suo membro imperioso che faceva capolino da sotto il mantello, uno dei più belli ed espressivi che mai avesse visto, e che ritto in tutta la sua possanza pareva volerla sfidare.
E quando quel super oggetto del piacere, (un tale momento altro non le suggeriva che quella scontata terminologia) le si accostò deciso, la fremente libidinosa marchesa si inarcò, con collaborativo senso di partecipazione, e si offrì docile vittima sacrificale per accoglierlo al meglio nel suo sacro grembo. In quel preciso momento però un dubbio atroce attraversò la mente di Ifigonia, regina della begonia: “Già ma non è che il mio fiore sia poi tanto fresco, e se si accorge che è un poco appassito, che figura ci faccio?”
E’ con questo rovello che l’aveva di colpo bloccata e irrigidita sul più bello che una donna non più giovane, in qualche parte del mondo, si sveglia, madida di sudore e molto eccitata, e si guarda in giro ancora mezza instupidita, per quel fantastico sogno erotico, fino a posare lo sguardo sull’ammasso informe e russante che le giace insensibile accanto.

Del tutto all’oscuro e incurante del dramma ”mancato orgasmo” che stava capitando alla femmina al suo fianco, come sempre il vecchio compagno, ormai dimentico degli erotici furori di un tempo, continuò tranquillamente a dormire.

Altro che sacro membro!

 

domenica 25 ottobre 2020

Segue da "Miscellanea" (28)

                                       Ifigonia regina d’ogni begonia

 “Sua grazia Ifigonia Marchesa Bocchinera è attesa per la grande celebrazione del Fresco Fiore, nel nostro convento di Maria Vergine-non-lo-era, per domani notte. ll rito si celebrerà alla mezza in punto non senza, ci auguriamo, la Sua graditissima partecipazione, che con tanta beltà e sensualità ne sarà degno e principale coronamento. Una carrozza l’attenderà davanti alla sua magione domani alle prime ore della notte.”
I1 biglietto diceva proprio così. La marchesa lo lesse e rilesse più vo1te, lo rigirò pensierosa fra le di lei aggraziate dita ma senza riuscire a capire niente di più di quanto vi stava scritto.

"Mmm, chi può avermi mandato questo invito? Pensava fra sé Ifigonia “E che cosa significa tutto cio? E quello strano linguaggio, un po’ decadente… Non mi resta che sincerarmene personalmente, dopotutto chiunque sia conosce la mia grazia e beltà!"
Una cosa però, più di tutte, la lasciava perplessa ed era quella parola “sensualità”, che pur così ricca di umori e di promesse, per una donna voluttuosa come lei, mal si addiceva all'atmosfera casta e austera di un convento.
Ma, troppo avida d'avventure era Ifigonia per non lasciarsi catturare dal fascino misterioso e conturbante di quell’invito, che quasi suonava come un ordine. Finalmente arrivò l’ora designata e Ifigonia cominciò ad attendere l’arrivo della misteriosa carrozza, con una strana agitazione che la pervadeva tutta, facendole salire brividi non già di terrore, ma di acuta eccitazione.
Ormai la notte poteva dirsi calata, la luce quasi spettrale che brillava sul suo volto diafano le dava una sensazione d’imminenti esperienze, e per quanto cercasse di non pensarci era consapevole del richiamo di erotismo sfrenato che emanava da ogni poro del suo meraviglioso corpo.
Giunse finalmente la carrozza, tutta nera ma bardata di festoni color viola, e con un fiore molto vistoso, apparentemente d’oro, sulla portiera che subito si aprì. La marchesa fu aiutata a salire da due figure incappucciate, cosi bizzarramente vestite da lasciare qualche dubbio che fossero monache. Di certo dovevano essere giovani e di sesso femminile, a giudicare dai prosperosi seni che s’intravvedevano sotto un sottile velo che a guisa di finestra guarniva la parte anteriore della tunica scura che indossavano.
La carrozza partì verso la sua avventura, Ifigonia si trovò a rimirare, sempre più pensierosa, quelle due figure sedute davanti a lei, silenziose, con l’offerta generosa di quelle nudità esposte in un contesto tanto cupo. Dopo un’ora circa di corsa nella notte, senza che potesse racappezzarsi di dove fossero diretti, la carrozza si fermò, e la marchesa fu aiutata a scendere dalle sue due mute invisibili accompagnatrici, che si misero davanti a lei per farle strada.
Solo allora una sempre più stupita Ifigonia si accorse che anche la parte posteriore del loro abbigliamento presentava una finestra munita di velo trasparente proprio all’altezza delle natiche, che s’intravvedevano guizzanti e belle sode alla luce di una fila di lampioni che costeggiavano un lungo vialetto.
Arrivati in fondo, vide una parete di mattoni scuri nella quale si apriva una porta alta e stretta fatta a ogiva, ai cui lati
c’erano due piccole finestrelle tonde, a livello del terreno. Appena coperte dalle macchie di cespugli di fiori multicolori e tutte illuminate da un bianco abbagliante, l’insieme dava l’idea di una figurazione fallica, tutt’altro che ignota alla bella marchesa cui subito sovvenne quella sensazione di golosa attesa che l’aveva fin lì accompagnata.
Appena varcata la soglia della porticina, lfigonia si sentl calare qualcosa sulla testa e fu subito buio. Fece per protestare, ma una voce femminile dolcissima la tranquillizzò. -Ci deve scusare cara marchesa ma dobbiamo coprirle gli occhi, perché prima del rito non deve vedere   l'immagine del Sacro Membro, sarebbe sacrilegio!-
La voce, la prima che sentiva, era amichevole e la Bocchinera accettò di buon grado anche quella pesante tela che le toglieva ogni visuale, e che contribuiva ad aumentare ancora di più quella fitta aria di mistero che sentiva dipanarsi intorno a lei. Avvertì il contatto leggero di una mano delicata sul suo braccio, e la voce la invitò a lasciarsi guidare.
Intorno a lei era tutto silenzio, ma ogni tanto percepiva dei rumori indefiniti, deboli e soffocati, lontani e ad intermittenza. Avvertì anche un odore dolciastro un pò pungente, poi si accorse che stava salendo  e poi scendendo delle scale, e improvvisamente si rese conto di essere di nuovo all’aperto. L’aria fresca della notte la trapassava, svegliandole ogni istinto, acuendo al massimo la sua curiosità. Ifigonia percepì che in quel luogo, forse un cortile, doveva esserci tanta gente, e improvvisamente la pressione della mano femminile sul suo braccio venne meno, per un attimo però perché fu subito sostituita da un’altra mano, ben più forte e pesante.
Turbatissima, con tutti i sensi all'erta, capì che era la mano di un uomo che la stava afferrando, ma non potè pensarci molto perché, prima ancora che potesse capacitarsene, le fu sollevato appena il telo per scoprirle la bocca alla quale venne accostata con una certa forza un recipiente contenente un liquido molto profumato che fu quasi costretta a inghiottire, ma il sapore era buono e richiamava i frutti di bosco. Cominciava a domandarsi se non fosse stato più saggio cercare di ribellarsi, quando proprio allora udì un canto levarsi nell'aria.

 

venerdì 23 ottobre 2020

Segue da "Miscellanea" (27)

 Rassegnato, fece ritorno, cogitabondo, nella stanza. Beatrice stava sdraiata a pancia sotto, con le gambe in aria e guardava verso lo specchio dal quale lui riemerse, cautamente.

-E allora hai finito di giocare a nascondino?- Lo apostrofò, visibilmente adirata.
-Sì, sì- si affrettò a dire, restando in piedi, lontano per quanto possibile dal letto -ma sai non mi sento molto bene…forse è meglio che me ne vada…- concluse con aria da cane bastonato.-Ma sentilo! Che bel tipo! Se ne vuole già andare…Ancora non ha combinato nulla, e già mi vuole lasciare!- Esplose la donna con sarcasmo. Poi sghignazzando e guardandolo torvo:
-Dai, su, vieni qui, che ti faccio vedere io come ti passano tutti i mali!- e così dicendo allungò una mano e afferratolo per una gamba del pantalone lo tirò a sé. Lino non riuscì a opporre resistenza e finì di nuovo lungo disteso sul lettone. Certo, non dubitava delle sua capacità amatorie, di quello che la magnifica femmina gli avrebbe fatto provare, ma era del dopo che ormai si preoccupava. Lei ancora una volta lo stava schiacciando con il suo corpo, ma lui non reagiva.
Sicuramente se qualcuno avesse assistito a quella scena: Lei scatenata, sopra di lui freddo come un baccalà, avrebbe solo potuto pensare che fosse un poco frocio. Questo pensiero gli attraversò per un attimo la mente facendolo reagire, almeno per una questione d’onore virile. Così abbracciò stretto il corpo fremente di lei, che intanto andava mormorando: -Certo che sei ancora bello vispo.-
Bastò questa frase per fargli scattare una molla, collegare il
fatto dell’avvertimento, dello spumante, e fargli tornare la paura.
Cercò di divincolarsi nuovamente dalla stretta della femmina assatanata, che invece non aveva alcuna intenzione di mollarlo e anzi lo avvinghiava con maggiore forza, anche con le gambe, mentre cercava manipolando abilmente di risvegliargli l’eccitazione.
Allora, costretto a ricorrere alle maniere forti, l’afferrò per i capelli dando uno strattone violento. Beatrice urlò di dolore e lasciò la presa, così che lui riuscì a scattare in piedi e a scappare da quella trappola violacea.
-Ma che ti prende?- si lamentò lei -sei impazzito, per caso?-
-Eh no! Bella mia, non sono pazzo, io. - Si mise a gridare -Non so che numero avrei dovuto essere delle tue conquiste, ma è certo che stavolta ti è andata male e non ho nessuna intenzione di essere la prossima vittima sacrificale. Cara la mia Landru in gonnella!-concluse tutto d’un fiato.
Poi allungando la mano afferrò la sua bella camicia che spiccava su tutto quel viola. Fece poi per scattare verso la cortina di veli, ma lei, con uno stupefacente riflesso si mosse a sua volta e allungando il braccio, mentre lanciava grida furiose, riuscì ad afferrare un lembo della camicia, che tirata da ambo le parti, finì per lacerarsi restando per la maggior parte nella mano di lei.
Lino comunque non si fermò certo per recuperarla, volò letteralmente oltre la parete-cortina, attraversò a velocità olimpionica la grande stanza pentagonale, spalancò la porta e fuggì via. Con qualche rimpianto. Rimpianto. che solo tempo dopo ebbe modo di cancellare definitivamente, perché, lungi dall’aver dimenticato quella strana avventura, si era chiesto più volte se veramente fosse scampato a una tragedia o se invece avesse semplicemente sprecato in modo imperdonabile una così ghiotta occasione.
Finché un giorno gli capitò di leggere sul giornale questa notizia:
Arrestata giovane donna imputata dell’omicidio di 12 uomini. Sono ancora in corso le indagini per stabilirne le identità. Da quanto si apprende dagli organi inquirenti, la donna, certa Beatrice Finzi, si serviva della sua avvenenza per attirare uomini incontrati casualmente nella sua abitazione, dove dopo averli irretiti con le più raffinate arti erotiche, li narcotizzava con dello spumante, quindi li uccideva, generalmente strozzandoli. Non contenta, dimostrando un evidente stato d’insanità mentale, provvedeva a sezionare i corpi per poi bruciarli dentro una capace stufa, all’interno della quale infatti, sono stati trovati resti carbonizzati. Nel suo villino, appartato in località Chiesa Rossa, sono stati rinvenuti vari oggetti maschili, tra cui una camicia strappata stile Elvis Presley gialla. Probabilmente tutto ciò che rimane della sua ultima vittima.